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Verbicaro

Aggiornamento: 3 apr 2021

È un paese simbolo del rapporto odio-amore dei calabresi con il mare: il Tirreno come fonte di vita e di lavoro, ma anche come esposizione alle incursioni dei Saraceni. Per sfuggirli si cercò nel tempo rifugio non solo nell'immediato entroterra e sulle colline costiere, ma anche tra speroni rocciosi impervi e inaccessibili. Verbicaro è tuttora a strapiombo su un massiccio roccioso a nord della valle solcata dall'Abatemarco, a 428 metri rapporto odio-amore e sul livello del mare e a una ventina di chilometri dalla costa, in posizione panoramica sulla valle del Lao. Nella parte antica si vedono ancora, nel quartiere BONINFANTI, le strutture di un paese rifugio: mura di difesa con tre porte d'accesso all'abitato. in origine forse Aprustum, poi Vervicarium nel Medio Evo e in seguito anche Berbicaro, è costruito sulla radice latina di vervex, che significa montone, e sta a indicare un insediamento di pastori. L'antico palazzo baronale conserva ancora il nome di Castello. Le di cui si trovano notizie già in Plinio il Vecchio, sono correlate anche alla vita di San Nilo e al monachesimo della regione mercuriense del X secolo. Il centro abitato risente della ristrettezza degli spazi. Le case sono quasi tutte di un solo vano, una addossata all'altra, edificate a difesa e protezione contro gli assalti dei pirati.

Nel Medio Evo Verbicaro appartenne a diversi feudatari, i Sambiase, i Papasidero, i Cavalcanti, i Castiglione, i Matera e altri. Ai Cavalcanti si deve nel '700 la costruzione del palazzo baronale nuovo, sulla pianta dell'antico Castello. Sotto la dominazione francese divenne capoluogo del circondario, con le università (i comuni) di Orsomarso, Grisolia e Cipollina, Maierà e la terra di Abatemarco; funzione confermata nell'ordinamento borbonico della Calabria Citra. In precedenza, nel 1799, Verbicaro si schierò dalla parte della Repubblica partenopea nella piazza del della libertà. Seguì un lungo periodo di abbandono e incuria, che alimentarono il brigantaggio locale. Le cose non cambiarono nemmeno con il Regno d'Italia e nel 1911 questo piccolo paese arroccato sulla Catena Costiera conquistò le prime pagine dei giornali nazionali. In quell'anno scoppiò il colera nel paese e la popolazione si ribellò alle autorità comunali.

Ci furono violenze di ogni tipo e l'eco di quei fatti rimbalzò in Parlamento e nei titoli dei quotidiani più letti. Il più grande giornalista di allora, Luigi Barzini, ne parlò in termini che provocarono la reazione di un meridionalista del calibro di Gaetano Salvemini. Si parlava di una polverina nell'acqua potabile e subito si fece riferimento alle pagine manzoniane sulla peste di Milano. In seguito, tre anni dopo, fu costruito l'acquedotto comunale, mentre la strada di collegamento con il litorale tirrenico venne costruita nel 1926. Oggi Verbicaro è conosciuto delle sue colline, da cui si ricavano vini di gran pregio, rossi e bianchi.



Foto

Pino Lo Tufo

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